Giorno#13 – Km 3850 – Dalla terra di Mordor ai boschi degli Elfi

La Romania mi sta dando ai nervi. Sono due giorni che non ci fanno mangiare. In due ristoranti consecutivamente di giovedì sera c’era una festa privata. Nel terzo poi era troppo tardi. Non erano ancora le dieci e seduti ai tavoli c’era diversi clienti che mangiavano e ascoltavano un trio jazz. Ieri sera invece eravamo sulla strada verso il Mar Nero, diretti a Costanza. Facciamo una sosta in una cittadina in mezzo al nulla. Sono le otto ma per evitare di non mangiare, ci fermiamo senza ancora avere fame. Anche in questo piccolo locale c’è un trio che suona, stavolta musica tradizionale. In tutto ci saranno cinque tavoli, di cui due ancora liberi. Contenta dell’accoglienza musicale, con un gran sorriso mi avvicino alla cameriera che stenta a capire il mio “Hello!”. Sulla richiesta di un tavolo comincia a sventolare la mano all’altezza della sua spalla per farmi capire “Non capisco”. Arriva in suo aiuto un altro cameriere che per niente dispiaciuto ci comunica che il locale è pieno. Nonostante i tavoli liberi dentro e almeno una decina inutilizzati fuori, siamo costretti ad andare via e a dirigerci nel primo bar accanto al benzinaio ancora aperto. Ripartiamo dopo una cena a base di Pepsi e french ‘happy’ – direi piuttosto ‘sad’ – menu hotdog.

A Costanza l’indomani, per rallegrarci un po’, optiamo per una mattinata culturale lontana da bar e ristoranti. Il museo archeologico e naturale della città. Roba d’altri tempi. Un edifico di inizio novecento. Dentro pare di stare negli anni ’60. Entriamo e siamo catapultati in pieno regime sovietico. Ad accoglierci una grande scalinata a ventaglio in legno sui colori del verde oliva, con intarsi rosso scuro e oro. Le vetrine sono un pò impolverate e gli oggetti sembrano disposti a caso. Pur non essendo io un’esperta del settore, noto statuette del neolitico accanto a oreficerie dell’alto medioevo, oggetti in ferro stipati insieme a vasellame in terracotta. Ma questo mi disturba comunque meno delle decine di fantocci vestiti con abiti sgualciti in pose improbabili, messi nella penombra o negli angoli delle stanze, per infondermi paura e conseguente disagio.

Dopo due semplice ottime e care zuppe gustate sul porto vista ‘lavori in corso’ si riparte. Abbiamo deciso di oltrepassare il confine a Vama Veche, la vecchia frontiera. Stefan, l’oste di Sibiu, ci racconta che adesso questo posto è una meta famosa per i giovani che il primo maggio si radunano qui per fare festa. Lungo il tragitto ho l’infelice idea di andare a cercare informazioni a riguardo e quello che mi compare tra le immagini è abbastanza di cattivo gusto. Siamo finalmente vicino alla meta. L’ufficio di frontiera bulgaro si trova esattamente accanto a quello romeno. E lo scopriamo dal passaggio dei nostri documenti per mano dei gendarmi. Entrano dalla porticina a finestra romena e escono dopo pochi secondi da quella bulgara giusto accanto.

Finalmente oltrepassiamo il confine. Siamo in Bulgaria. Il paesaggio cambia repentinamente dal color grigio cemento e giallo liquame al verde foresta e celeste del mare. Gli occhi si rilassano, l’animo si distende. Ce l’abbiamo fatta, il peggio è passato, almeno per il momento.

Nella campagna bulgara la povertà sembra andare a braccetto con la dignità. Le città hanno un loro gusto, anche nella costruzione dei palazzi e dei grandi residence in periferia. La percezione della cura delle cose fa bene allo spirito. Ci siamo lasciati alle spalle le terre abbandonate e le coste devastate dalle industrie e siamo entrati di netto su strade alberate, distese di fiori gialli, biada in fiore, e coste frastagliate. In serata arriviamo a Nesebar, la cui parte storica si trova su una piccola isola congiunta alla terraferma attraverso un ponte. Stradine di pietra, case di cemento e legno. C’è un’atmosfera familiare, un po’ per l’aria di mare e un po’ per le persone, di una gentilezza discreta e non artefatta. O forse sarà per la musica. Nel primo locale in cui entriamo per mangiare un boccone riconosciamo subito il suono, le parole della canzone sono in greco. Solo la mattina seguente poi scopriamo che la città, anticamente chiamata Μεσηβρια (Menebria) fino almeno al 1800 era un piccolo villaggio di pescatori di origine greca.

Ringraziamo affettuosamente la Signora del ristorante, Lumi, Stefan, Vasy, Yuhai Shi, Milena, Fra, Stefano, Anna, Francesco, Linda la barista, Rachele, Buggy, Alessandro, Angela, Anna, Vittorio, Giovanna, Sara, Stefano, Antonella, Renzo, Manuela, Riccardo e Archimede.

CARLO, invece, l’ha vissuto così.

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