Giorno#14 – Km 4030 – Il confine proibito

Finalmente è tornato il sole. Siamo in Bulgaria. Viaggiamo lungo la costa. Da Nesebar al confine turco ci sono meno di 150 chilometri. La strada è immersa tra colline da una parte e scogliere a picco dall’altra. Non c’è quasi nessuno, tranne noi e un furgone che trasporta legname, con cui condividiamo tutto il viaggio fino a Ahtopol, anticamente Αgatòpolis (Αγαθόπολις in greco), la città dei giusti, supponiamo noi.

Intere famiglie con nonni, cani e gatti al seguito, giovani amanti e coppie da poco in pensione popolano le spiagge. Bambini rumorosi si rincorrono lungo la strada del porto, rischiando la vita saltando qua e là tra le barchette dei pescatori. Vecchi silenziosi osservano il mare. Gruppi di uomini bevono caffè e chiacchierano ad alta voce. Donne con sinali e capelli raccolti in un foulard con le buste della spesa. Uomini indaffarati a sistemare il pesce nelle cassette e avventori che cercano di comprarlo a buon prezzo. Ristoratori che allestiscono i tavoli per la sera e camerieri stanchi che fumano una sigaretta durante le brevi pause tra un cliente e un altro. Giovani ragazzi seduti sul muretto lungo la passeggiata davanti al vecchio faro sorridono alle giovani fanciulle che passano loro davanti. Immagino che durante la stagione estiva questo posto diventi più o meno così, pieno di gente locale che viene a passarci la villeggiatura.

Oggi però per noi è Domenica e visto che qui il la Pasqua Cattolica è un giorno come un altro, è tutto chiuso, bar, ristoranti, farmacie e supermercati. Un villaggio di pescatori praticamente inabitato. Le uniche persone che incontriamo stanno lavorando chi a sistemare un giardino, chi un appartamento, chi la propria barca. C’è una piccola bottega aperta che attira la nostra attenzione con la sua musica stonata a palla. Entriamo e ci procacciamo tutto il necessario per un degno pic-nic. Dal vino al pane ai salumi al formaggio alle olive, tutto sembra genuino e di buona qualità. Rientriamo per comprare anche una bottiglia d’acqua e per il bivacco scegliamo il parco sopra alla scogliera. Una dolce e affamata randagia sembra essere l’unica che si accorge di noi. Decide gentilmente di fare gli onori di casa e di tenerci educatamente compagnia per tutta la durata della nostra permanenza in loco.

La tentazione di arrivare al confine a meno di 20 km è tacitamente incontenibile. Dopo aver condiviso il pranzo con la nostra nuova amica beviamo un caffè nell’unico bar aperto, dove alcuni locali sembrano aver trovato rifugio. Dopo la pipì di rito risaliamo in macchina e cominciamo ad inoltrarci su una strada che sappiamo non avere una dogana per l’entrata in Turchia.

La carreggiata diventa sempre più stretta, le fronde degli alberi quasi toccano la macchina, il mare ora non si vede adesso e a farci compagnia solo infinite file di conifere e cielo. Arriviamo a Rezovo nel pomeriggio. Il sole è ancora alto e un gelato è proprio quello che ci vuole. Parcheggiamo nel piazzale sterrato in fondo al paese e ci incamminiamo a ritroso sulla strada appena fatta per una prima esplorazione del posto. La commessa della micro alimentari ci sorride. Il gelato costa un lev, circa mezzo euro. Ottimo benvenuto. Riprendiamo la camminata, stavolta verso la stradina secondaria che intuiamo porti verso la costa e al confine proibito. Ancora poche decine di metri e ci si spalanca davanti una mare a strapiombo simile a quello visto ad Ahtopol, solo che qui l’insenatura tra una parte e l’altra della costa segna il confine invalicabile tra due nazioni limitrofe.

Ad accoglierci un grande cartello con immagine e scritta in Inglese che ci vieta di scattare fotografie. Mentre Adamo indugia, o riflette sul divieto, io impulsivamente mi arrampico sul costone per ammirare le due enormi bandiere sventolanti che rivendicano i due confini. Sono emozionata, come quando sei in un posto pericoloso. Immagino sentinelle guardinghe nella parte turca che spendono noiosamente la loro giornata ad aspettare che qualcosa di insolito o losco accada in questo lembo di terra dimenticato da molti. Osservo le piccole barche di pescatori bulgari ormeggiate a ridosso della costa e immagino le loro esperte manovre di rientro eseguite senza invadere il territorio straniero. Pian piano ci rilassiamo, passeggiamo, osserviamo, raccolgo conchiglie sulla spiaggia e alla fine cominciamo a scattarci raffiche di foto e selfie davanti al monumento piramidale che sanziona il confine dell’Europa Politica, anche detta Comunità Europea.

È arrivato il momento di festeggiare il traguardo. Entriamo nell’unico locale che ci sembra aperto. Veniamo accolti da una simpatica coppia di Sòfia che ci parla in inglese delle disavventure avute con loschi impresari italiani che hanno comprato parte del loro famoso locale nella capitale bulgara. Dopo la prima birra decidiamo di passare la notte qui, in questo ristorante che è anche una delle poche locande del posto, forse l’unica aperta in questi giorni pre-estivi.

Ringraziamo affettuosamente la coppia di Sòfia, la Signora del ristorante, Lumi, Stefan, Vasy, Yuhai Shi, Milena, Fra, Stefano, Anna, Francesco, Linda la barista, Rachele, Buggy, Alessandro, Angela, Anna, Vittorio, Giovanna, Sara, Stefano, Antonella, Renzo, Manuela, Riccardo e Archimede.

CARLO, invece, l’ha vissuto così.

I diari di Adamo ed Eva

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