Giorno#16 – Km 4959 – Cibo e bellezza

Tra strette di mani, baci e fiori ci congediamo da Mehmet, da sua moglie e dal loro squallido e disagevole ostello. Questo mio giudizio così netto non dipende tanto dalla semplicità e la discutibile pulizia degli spazi, quanto dall’atmosfera, dai rumori e dalle grida notturne degli altri ospiti o dell’oste stesso, chissà. E a volerla dire tutta, anche la sua ostentata gentilezza mi appare ora di dubbia sincerità.

Lasciamo questo posto il prima possibile alla ricerca di un po’ di bellezza per rinfrancare l’animo. Troviamo una piccola oasi sulla superstrada. Un giardino curato, fiori primaverili, gazebi, altalene, un carretto antico e un vialetto per raggiungere i bagni. La stessa cura del dettaglio per fortuna la ritroviamo anche nel cibo. Finalmente con un’ottima colazione turca allietiamo riccamente i nostri stomaci. Cibo e bellezza non hanno forse qualcosa in comune?

Con mente e corpo ricentrati passiamo alla seconda fase: mettere in atto il folle piano di attraversare il centro di Istanbul in macchina. Quanti abitanti farà? 10-15 milioni? Speriamo che a tanti piaccia andare a piedi. E in effetti è così, ci ritroviamo per stradine affollate di persone, venditori ambulanti di tè, scarpe, bottiglie, bancarelle lungo la strada e macchine e motorini. In bicicletta praticamente nessuno. Guardo Adamo, accanto a me, che ostenta una delle sue migliori espressioni self-control. Io intanto sorrido, rido, mi sorprendo, tiro giù i finestrini, saluto, giro dei brevi video e scatto foto, imbarazzandomi quando vengo ‘sgamata’ dai soggetti.

Avanziamo lenti sotto gli sguardi di alcuni e l’indifferenza di quasi tutti gli altri, occupati chi nelle loro mansioni o chi a chiacchierare con qualcuno o a bere del tè o a trattare sul prezzo di qualcosa. Sembra di essere in un stop motion in cui il tempo scorre a fotogrammi lentissimi, così come la C3 che accellera e frena tra queste viuzze.

Arriviamo gradualmente al folle obiettivo. Il ponte di Galata è ancora più intasato di gente, su entrambi i lati. Turisti, locali, uomini, giovani studenti, donne, alcune coperate dal velo e altre con i capelli al vento. Colori sgargianti si mescolano a lunghi vestiti neri, alte acconciature fiorate a capelli biondi e lisci, lunghe trecce nere a chiome rosse e ricce. Lungo il corrimano del ponte sostano decine di pescatori con le canne puntante nel corno d’oro, dove barche, barchette, navi e traghetti si susseguono e si inseguono come in una strana danza. Secondo obiettivo raggiunto. Ora il prossimo: arrivare nell’antica Pergamo prima che il sonno sopraggiunga alla meta.

Ci aspettano una decina di ore di viaggio e allungare la strada di un’altra ora a sole poche decine di chilometri dall’arrivo ci apparirà come un regalo del destino. Avremo così l’occasione di fermarci da una taverna locale per camionisti dove apprezzeremo carne di pollo e kofte di agnello preparate calde calde per noi.

L’arrivo a destinazione è ancora più bello. Il navigatore dice che ci siamo. Io scendo e vado a cercare l’oste. Entro in una porta che sopra lo stipite ha il nome che cerchiamo. Entro e mi ritrovo in un piccolo giardino da mille e una notte. Luci soffuse, l’acqua che scorre da una fontana colorata, cuscini, kilim, piante e tavoli in legno tutt’intorno. “Maraba” chiamo delicatamente per non rovinare quel dolce silenzio, ma sembra non esserci nessuno. Vedo una campanella su un tavolo ma proprio non mi sembra il suono da produrre in questa quiete notturna. Esco fuori per chiedere aiuto al mio compagno e lo trovo già in impegnato nel seguire un signore verso un garage.

Ringraziamo affettuosamente Mehmet per non averci sgozzati, la coppia di Sòfia, la Signora del ristorante, Lumi, Stefan, Vasy, Yuhai Shi, Milena, Fra, Stefano, Anna, Francesco, Linda la barista, Rachele, Buggy, Alessandro, Angela, Anna, Vittorio, Giovanna, Sara, Stefano, Antonella, Renzo, Manuela, Riccardo e Archimede.

CARLO, invece, l’ha vissuto così.

I diari di Adamo ed Eva

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